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Mercantini: "INNO DI GARIBALDI " - Cesareni LuigiCesareni Luigi

Mercantini: “INNO DI GARIBALDI “

Era il 19 Dicembre 1858 quando a Genova il Poeta conobbe Giuseppe Garibaldi che, nel corso di un colloquio sui noti temi dell’indipenza e della unificazione d’Italia gli disse: “ Voi dovreste scrivere un inno per i miei volontari, lo canteremo andando alla carica e lo ricanteremo tornando vincitori “. Il Mercantini rispose: “ Mi proverò, Generale “. Giá il 31 Dicembre veniva pubblicata una prima versione dell’inno, musicata da Alessio Olivieri capobanda di un reggimento della brigata Savoia. Nel Dicembre 1860 l’Inno, con l’aggiunta delle ultime strofe ( quelle che iniziano con: “ Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi…” ) veniva inviato in forma definitiva al suo amico Gabriele Camozzi, noto politico ed ardente patriota bergamasco. L’inno esordisce nell’onirica visione della resurrezione dei martiri italiani quale avanguardia d’immense schiere di giovani che, brandendo l’armi, il capo recinto dell’alloro dei vincitori, tricolore al vento, si abbattono sull’odiato invasore austriaco imponendogli di fuggire dall’Italia. La terra italiana, ridente di fiori, nutrice di musicisti e poeti, ritorni ad essere terra di guerrieri com’è nella sua storia millenaria e si vedrá quanto ancora sia valida e viva la mano che piegٕó Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano. Non esiste legge tedesca che possa sottomettere i figli di Roma che ora ti scacciano, o tedesco. Questa è la nostra terra, ben lontana e difforme dalla tua sul Danubio: sei giunto qui per contenderci il lavoro e rubarci il pane, per asservire al tuo volere i nostri figli che non potranno mai essere tuoi e sentirsi tedeschi. I confini d’Italia sono le Alpi e i due mari e non gli Appennini che l’ignivomo carro della nostra guerra valicherà annullando ogni vecchia feudale frontiera e portando ovunque, vittorioso, il tricolore. Vattene, tedesco, l’Italia piú non ti vuole. Non è piú il tempo della parola bensí quello d’azione e d’aperta rivolta al nemico che l’Italia unita spingerá oltre i monti di confine: si chiudano per sempre le porte d’Italia ai barbari predatori perché nessuna delle nostre cento cittá li vorrá piú accogliere se pur ritorneremo onusti dei trofei di guerra. A rinnovati tentativi d’invasione sará Garibaldi a gridare l’allarme riarmando l’eroica schiera dei mille che giá conquistarono la Sicilia, rossa avanguardia che forze di mare e di terra seguiranno, reiterando l’azione del re Vittorio Emanuele. Ormai è caduta, con la loro sconfitta, la tracotanza degli oppressori e il loro orgoglio è umiliato dal re che in Campidoglio inneggia all’Italia. Francia e Inghilterra salutano e rendono onore a Roma l’eterna che riprende il suo regno tra i monti e il mare e che si volgerá minacciosa solo a chi, con la tirannide, osi ancora soggiogare i popoli. Vattene via, straniero, fuggi: il tuo tempo è scaduto.

 INNO DI GARIBALDI

Si scopron le tombe, si levano i morti,
i martiri nostri son tutti risorti !
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
la fiamma ed il nome – d’Italia sul cor !
Veniamo! Veniamo ! su, o giovani schiere !
Su al vento per tutto le nostre bandiere !
Su tutti col ferro, su tutti col foco,
su tutti col foco – d’Italia nel cor
.
Va’ fuora d’Italia, va’ fuora ch’è ora,
va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier.

La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi
ritorni, qual era, la terra dell’armi!
Di cento catene ci avvinser la mano,
ma ancor di Legnano – sa i ferri brandir !
Bastone tedesco l’Italia non doma,
non crescono al giogo le stirpi di Roma:
più Italia non vuole stranieri tiranni,
già troppi son gli anni – che dura il servir.

Va’ fuora d’Italia, va’ fuora ch’è ora,
va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier.

Le case d’Italia son fatte per noi,
è là sul Danubio la casa de’ tuoi:
tu i campi ci guasti, tu il pane c’involi,
i nostri figliuoli – per noi li vogliarn.
Son l’Alpi e i due mari d’Italia i confini,
col carro di foco rornpiarm gli Appennini:
distrutto ogni segno di vecchia frontiera,
la nostra bandiera ¬- per tutto innalziam.

Va’ fuora d’Italia, va’ fuora ch’è ora,
va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier.

Sien mute le lingue, sien pronte le braccia;
soltanto al nemico volgiamo la faccia,
e tosto oltre i monti n’andrá lo straniero,
se tutta un pensiero – l’Italia sará.
Non basta il trionfo di barbare spoglie,
si chiudano ai ladri d’Italia le soglie:
le genti d’Italia son tutte una sola,
son tutte una sola – le cento cittá

Va’ fuora d’Italia, va’ fuora ch’è ora,
va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier.

Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi,
il grido d’allarmi ! dará Garibaldi:
e s’arma allo squillo, che vien da Caprera,
dei mille la schiera – che l’Etna assaltó.
E dietro la rossa vanguardia dei bravi
si muovan d’Italia le tende e le navi:
giá ratto sull’orma del fido guerriero
l’ardente destriero – Vittorio spronò.

Va’ fuora d’Italia, va’ fuora ch’è ora,
va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier.

Per sempre è caduto degli empi l’orgoglio,
a dir Viva Italia ! va il re in Campidoglio:
la Senna e il Tamigi saluta ed onora
l’antica signora – che torna a regnar.
Contenta del regno fra l’isole e i monti
soltanto ai tiranni minaccia le fronti:
dovunque le genti percuota un tiranno
suoi figli usciranno – per terra e per mar.

Va’ fuora d’Italia, va’ fuora ch’è ora,
va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier.

                                                                                               Luigi Mercantini

                                                                                                                            Genova 1859                  

Nota autografa del Mercantini

Questo Inno, che, specialmente dopo lo sbarco di Marsala, prese il glorioso nome d’Inno di Garibaldi, scritto da me per ordine del generale stesso in sui primi del 1859, quando egli passava da Genova per andare a Torino, la prima volta che fu pubblicato non aveva le ultime quattro strofe, cioè quelle che incominciano da: Se ancora dell’Alpi, ecc. Nel dicembre del 1860 alcuni amici mi avvertirono da Napoli che alcune strofe erano state aggiunte da non so chi, e si cantavano: sollecitato da essi, dettai le strofe sopraddette che uscirono pei giornali con apposita dichiarazione da me indirizzata all’egregio amico e patriota Gabriele Camozzi. E con questa aggiunta l’Inno, già posto in musica dal maestro Alessio Olivieri capobanda in un reggimento della brigata Savoia, fu pubblicato dal signor Tito Ricordi in Milano, quando egli, nel 1861, consentendone all’autore la riproduzione, prese, come editore, la proprietà dell’Inno di Garibaldi.

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