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E.A. Mario: "LA LEGGENDA DEL PIAVE" - Cesareni LuigiCesareni Luigi

E.A. Mario: “LA LEGGENDA DEL PIAVE”

Un breve cenno storico

La disfatta di Caporetto non fu dovuta, come il Generale Luigi Cadorna volle far credere nel suo comunicato del 28 Ottobre 1917, al cedimento dei reparti della II° armata del Generale Capello accusando implicitamente i fanti di viltá, ma ad una concomitanza di cause: la prima investiva direttamente il Generale Cadorna che, ancorato alla vecchia visione tattica e strategica di una guerra di posizione, non volle mai dar credito alle informazioni che copiose gli giungevano dal fronte circa la preparazione di una grande offensiva che l’esercito austro-tedesco stava predisponendo a Plezzo e al valico di Tolmino; la seconda, la convinzione dei vertici militari che la guerra dovesse necessariamente svolgersi sui monti e sulle vette prima di estendersi al piano; la terza, l’innovazione nella strategia di guerra dei comandi autro-tedeschi che, improvvisamente adottando una tattica di movimento rapido, affidarono ad un giovane ufficiale, il capitano Erwin Rommel ( colui che piú tardi divenne “la volpe del deserto”) comandante di un reparto di alpini del Württenberg il compito di penetrare nelle linee italiane per aggirarle e prenderle alle spalle. A tale scopo concentrarono il fuoco delle artiglierie su una ristretta linea di 4-5 Km distruggendo le difese e i trinceramenti e consentendo quindi a Rommel l’entrata, il 24 Ottobre nottetempo, dietro le linee nemiche; la quarta, l’utilizzo per la prima volta del gas fosgene (acido cianidrico) mediante fitto bombardamento dei trinceramenti italiani nella conca di Plezzo e al valico di Tolmino: il fosgene inalato anche con un solo respiro bruciava i polmoni provocando morte immediata consentendo cosí a tutte le divisioni austro-ungariche ed austro-tedesche di convergere su Caporetto. “ No Generale! I fanti non son vili, // la morte li freddò coi suoi miasmi…” dice il Poeta nella bella poesia al “ Soldato Ignoto “. Il Generale Pietro Badoglio comandava il XXXVII Corpo d’armata posizionato tra l’altipiano della Bainsizza e Tolmino e contava di 4 divisioni dotate di 800 cannoni. La 19° divisione, la piú esposta, fu subito investita ed annientata dai gas dopo un’eroica resistenza che lo stesso nemico riconobbe e le altre tre, senza ordini del loro comandante in capo perché in quel momento non era nel suo comando tattico di Osti Kras ma in un comando di retrovia a Cosi ( tutti i collegamenti erano interrotti perché tutto il personale era stato annientato dai gas) si posero sotto il comando del Generale Caviglia che con una brillante manovra di sganciamento riuscì a metterle in salvo. Gli ottocento cannoni di Badoglio, mancando ordini, rimasero quindi muti e caddero nella mani degli austro-tedeschi. Il crollo del settore presidiato dalle quattro divisioni di Badoglio coinvolse a catena il crollo di tutti gli altri settori dando totale via libera al nemico. Questi fatti originarono il grande scoramento delle truppe e la diceria del “ tradimento “ che in questa poesia il Poeta rievoca.

LA LEGGENDA DEL PIAVE

Il Piave mormorava
calmo a placido al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio:
l’esercito marciava
per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera …
Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andare avanti. ..
S’udiva, intanto, dalle amate sponde,
sommesso e lieve, il tripudiar dell’ onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò:
“Non passa lo straniero!”

Ma in una notte trista si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.
Ah, quanta gente ha vista
venir giù, lasciare il tetto
poi che il nemico irruppe a Caporetto …
Profughi.ovunque dai lontani monti
venivano a gremir tutti i suoi ponti …
S’udiva, allor, dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio dell’ onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero
il Piave mormorò:
“Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico
per l’orgoglio e per la fame,
volea sfogare tutte le sue brame …
Vedeva il piano aprico,
di lassù, voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora.
“No! – disse il Piave – No! – dissero i fanti. ..-
Mai più il nemico faccia un passo avanti. ..”
Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combattevan l’ onde …
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò:
“Indietro, va’, straniero!”

Indietreggiò il nemico
fino a Trieste, fino a Trento …
E la Vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro a Battisti. ..
Infranse, alfin, l’ italico valore
le forche e l’armi dell’ Impiccatore.
Sicure l’Alpi. .. Libere le sponde …
E tacque il Piave: si placaron le onde
sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò
nè oppressi, nè stranieri!

                                                                                    E.A. Mario

 

Un breve commento:
Il Poeta scrisse di getto questa poesia il 23 Giugno 1918 in seguito alla vittoria italiana sul Piave ed egli stesso la musicò trasformandola in un inno, che piú tardi, sul finire della seconda guerra mondiale, fu provvisoriamente adottata come inno nazionale italiano. In esso troviamo, splendidamente sintetizzati in coinvolgente lirismo, eventi tragici, emozioni vissute dai protagonisti di allora, incantata trasfigurazione metafisica nell’umanizzazione delle onde del Piave, che pongono questa poesia, questo inno, come parte indissolubile dal contesto storico doloroso e glorioso che lo ha eccitato.

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