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Fusinato: " GIAELLO L'OMICIDA " - Cesareni LuigiCesareni Luigi

Fusinato: ” GIAELLO L’OMICIDA “

Nella seconda metá del 1700 si tenne ad Este (cittá facente parete del ducato di Modena e Reggio) un grandioso processo avverso una banda di feroci briganti che infestava le provincie del basso Veneto e del Mantovano, insanguinando i territori che si estendevano da colli Euganei agli abitati di Rovigo, Badia Polesine, Legnago, fin’oltre l’Adige nella provincia Mantovana. La feroce masnada che aveva i suoi adepti sparsi in buona parte di quel territorio, trovava i esso facile via di fuga grazie alla fitta rete di canali, boschi ed acquitrini che lo ricoprivano e coerciva omertosa rassegnata protezione in forza del terrore che ispirava per l’efferatezza delle rappresaglie, venne finalmente sgominata ed imprigionata dalle gendarmerie di quel ducato ed ebbe processo e condanna nella cittá di Este. Furono circa cento i briganti che il “ Processo d’Este “ consegnò alla scure del boia. Capo indiscusso di quella scellerata masnada era un certo Giaello ed il suo nome, assai noto tra quelle popolazioni, era sussurrato a bassissima voce e in grande timoroso segreto.

Arnaldo Fusinato, studente di giurisprudenza all’universitá di Padova e quivi laureatosi in Diritto Pubblico nel 1841, in quegli anni conobbe un anziano giudice che a suo tempo fece parte del collegio giudicante nel “ Processo d’Este “ e che pur dandogli ampia descrizione di accadimenti e di personaggi comprimari in quell’evento, non venne meno all’obbligo deontologico che gli imponeva il silenzio assoluto sui segreti che Giaello aveva confidato ai giudici, forse non solo per sottrarre l’amata sorella Rita al paventato matrimonio con uno dei peggiori criminali della banda ma anche presumibilmente in cambio della non inquisibilitá e perseguibilità di Rita, del tutto innocente ed ignara delle nefandezze del fratello e dell’assatanata congrega da lui guidata.

Il Poeta ci rappresenta quindi in quattro drammatiche scene narrate in forma d’incalzante poesia che emotivamente avvince il lettore, un fatto di cronaca che, nella luce truculenta dei fatti, rivela come anche nel piú feroce e tenebroso animo umano possano esistere ed esplodere teneri sentimenti d’amore e di ritrovata dignitá.

La prima scena vede Giaello, in catene, sottoposto alla tortura, ferito a sangue dalla frusta del boia, privato del cibo e dell’acqua onde indurlo alla confessione ed alla denuncia dei complici, sfidare con superba arroganza i giudici inquirenti confermando loro il suo silenzio tombale. Le gravissime accuse di sanguinose rapine portate indifferentemente a inermi contadini, a ricchi signori, a chiese ed ospizi, sempre ordite da quel feroce capobanda temuto come l’artiglio di un orso, non destavano in lui emozione alcuna. Per anni le gendarmerie del Ducato ne avevano tentata inutilmente la cattura, ma solo la coraggiosa denuncia di un uomo ( peraltro il giorno appresso trovato impiccato, a monito, ad un albero ) gli costó la cattura, tra i primi dell’intera sua banda. Ora, Giaello, incarcerato e sottoposto a tortura, oppure tentato dai giudici con la promessa di una mite pena purché confessi i segreti di quella masnada, con disprezzo ostenta l’indomabile suo animo tanto infame quanto grande nella sua fierezza. Molti sono i mesi che lo vedono incatenato nel buio ed angusto carcere in assoluta solitudine, fin tanto che, ad orario inatteso, il passo pesante del carceriere risuona presso l’uscio di ferro. Ora la poesia, da una martellante metrica in dodecasillabi, si muta in fluidi versi settenari che addolciscono, se cosí si puó dire, l’immagine di quel bruto.

La seconda scena mostra la porta del carcere aprirsi stridendo sui cardini arrugginiti e sulla soglia a mala pena illuminata da una fioca pallida luce stagliarsi, come bianco fantasma, la delicata immagine di una giovane donna. È Rita, l’amata sorella che avendo ottenuto dai giudici la grazia per una visita al condannato, ora é tra le braccia di lui in un fraterno commosso abbraccio. Giaello, toccato fino alle lacrime, lui che nella sua vita non ne versó mai, confida a Rita l’apprensione per la sorte di lei e l’angoscia tormentosa al pensiero che le infamie da lui perpetrate possano, in qualche modo, ricadere su di lei. Ora, il Poeta, si interroga sull’imperscrutabilitá della natura umana e sugli antitetici misteri che ne condizionano le pulsioni, forse lontanamente echeggiando la conclusione che ne diede il Petrarca nel poemetto “ I Trionfi “ ( il Trionfo dell’Eternitá ) rivolgendosi alla pietá di Dio nel trionfo della fede.

La terza scena rappresenta il serrato drammatico dialogo che i due fratelli sostengono dopo tanti mesi di lontananza ed isolamento. Rita rivela a Giaello che nei primi giorni che seguirono al suo arresto in seguito a quella ch’ella tuttora ritiene, ignorando i fatti, ingiusta accusa, venne avvicinata da un giovane a lui ben noto perché sovente li vide insieme. Ne esalta l’espressione di fierezza e la prestanza fisica e ponendolo come mandato da Dio ad alleviare la sua solitudine e la sua sofferenza confida al fratello l’impegno di farla sposa, dandole, come pegno di fede un bellissimo anello. Il carcerato, alla fievole luce che filtra nella cella, sollevandosi su un gomito, guarda l’anello e subito riconoscendolo come frutto di una sanguinosa rapina e ravvisandone l’autore, pronuncia il nome di Riccardo. Il suo sguardo s’incupisce nell’urto dell’ira che offusca l’anima di quel feroce, ma la ferrea volontá assoggetta l’animo ed il viso alla calma ed al silenzio. Il tempo concesso per la visita è finito e nell’addio, baciando il volto di Rita, le sussurra la speranza ch’ella, in futuro, di lui conservi la memoria, com’egli, fin che avrá vita, avrá cara l’immagine della sorella. Giaello, rimasto solo con i suoi ricordi, trascorre la notte in cupi, tormentosi pensieri, ma al mattino la decisione è presa: al guardiano che gli reca il pane comunica la sua volontá di rivelare ai giudici quelle orrende verità che avevano sempre vanamente cercato. Nessuno seppe mai cos’egli sveló nel segreto del tribunale.

La quarta ed ultima scena riprende, nell’incalzante ritmo dei dodecasillabi la cronaca dell’evento che, dopo sei giorni dal colloquio tra Giaello e i giudici, volge alla sua tragica fine. Con rapide pennellate di vivissima poesia, il Fusinato , ci immerge nella scena ricreandone i suoni con quei tocchi di campana e quello sferragliare di catene che accompagnano la lugubre immagine dei cento briganti, tra due ali di guardie avviati al patibolo. Immensa è la folla che s’accalca vociante lungo il percorso, assiepata sui balconi e sui tetti, accorsa anche dai piú remoti villaggi per assistere a un cosí grande spettacolo, unico e forse irripetibile per la grandiositá della mattanza. Il corteo entra nella piazza talmente gremita da apparire, per chi guardasse dall’alto, un selciato di teste e, in un silenzio spontaneo, profondo ed opprimente, stagliato contro il cielo azzurro appare il patibolo. Accasciata ai piedi del palco, affranta e spaurita, una giovane donna sorprende e sgomenta la folla che attonita osserva e sussurra: è Rita, costí giunta per dare al caro fratello perduto l’ultimo disperato addio. Dal gruppo dei condannati, ormai giunti e fermati a ridosso del palco sul quale giá lugubremente lampeggia la lucente scure del boia, al richiamo d’un giudice, si stacca Giaello che con fare sprezzante e passo sicuro sale le ripide scale. Dall’alto, rivolto alla sorella, mostrando nel volto una gioia infinita, con l’ultimo saluto le confida la procurata salvezza, additando nel contempo ai giudici il feroce brigante Riccardo ed evitando cosí che la sorella ne divenisse sposa e futura correa.

GIAELLO L’OMICIDA

I
– « Stringete, stringete! le vostre catene
Mi serrino i polsi, mi solchin le vene;
M’uccida la fame, mi strazi la verga,
Distillino sangue le ignude mie terga:
Più muto del marmo che chiude l’avello,
O giudici, il labbro sarà di Giaello. »

E questa gittava superba disfida
Ai giudici in volto Giael l’omicida. –
Satellite iniquo d’iniqua masnada,
Di sangue macchiava la nostra contrada;
Sul labbro di tutti temuto, siccome
L’artiglio d’un orso, correva il suo nome.

Congiunta in arcana terribile lega
Fra l’ombre viveva la sozza congrega:
Al villico inerme predavano il pane,
Stendeano alle chiese le mani profane:
Nei poveri ostelli, nell’ auree magioni
Metteano l’ugne que’ cento ladroni.

E invan dell’umana giustizia la spada
Vegliava sui passi dell’empia masnada:
Un solo fra mille con libera voce
Gridava assassino Giaello il feroce;
E il giorno che venne segnavasi a dito
A un albero appeso quell’unico ardito.

Ma carco di ferri, ma in ceppi costretto
Vivea da quel giorno Giaello il sospetto !
Giustizia stringeva con mano secura
Il nodo intricato dell’empia congiura,
Ma muto e superbo sdegnava quel fiero
Discior di quel nodo l’audace mistero.

D’un mite perdono la certa promessa,
Gli mormora invano: – Confessa, confessa !-
Confessa, assassino! – la fame gli grida;
Gli fischia la verga: – confessa, omicida !
Ma il facil perdono, la sferza, la fame
Non doman quell’alma sì grande e sì infame.

Giù giù nel profondo d’un carcere oscuro
Un’ampia catena sta infissa nel muro,
E sotto la morsa dell’ultimo anello
Il piede rinserra del fiero Giaello …
Nell’andito buio, sull’uscio di ferro
Il passo risuona del vigile sgherro.

II

Stride sui ferrei cardini
L’irrugginita porta,
Dentro l’orrendo carcere
Piove una luce smorta,
E sulla muta soglia,
Come su bruno altar,
Bianco e gentil fantasima
Una fanciulla appar.

D’un lampo il fosco ciglio
Del prigionier balena,
Ed un giocondo fremito
Scuote la sua catena:
–« Oh mia sorella ! oh l’unico
Della mia vita amor !
E coll’ardenti braccia
Se la chiudeva al cor.

– « Se tu sapessi, o misera,
Quanto di te pensai!
Guarda, di gioia io lagrimo,
Io che non piansi mai …
Qui sulla nuda paglia
Vieni a seder con me:
È un paradiso il carcere,
Rita, vicino a te.

« Nel sanguinoso turbine
Della fatal mia vita
Santo e soave un palpito
Io ti serbai, mia Rita:
D’ogni nequizia il soffio
Sovra il mio cor passò.
Ma la tua cara immagine
Contaminar non può.

« Come in un ciel di tenebre
Una romita stella,
Solo fra tante infamie
Splende il tuo amor, sorella !
Oh, se un’estrema grazia
Oso invocar dal ciel,
Su te non scenda, o misera,
L’onta del tuo fratel. » –

Così parlava, e in tenero
Suon di pietà la voce
Moriva sull’indomito
Labbro di quel feroce.
Di quest’amor l’effluvio
Casto serbò così
Ei che tra il sangue e l’orgie
Trasse gl’infami dì.

Profonda, imperscrutabile
È la natura umana,
Ché pur tra il fango germina
Qualche virtude arcana.
Come sull’irte rocce
Cresce talvolta un fior,
Anch’ei chiudeva nell’anima
Questo gentile amor.

E l’uom, di Dio dimentico,
Per la diletta suora,
Trovava in fondo all’anima
Una preghiera ancora.
Oh! forse che quell’unica
Prece dell’uom crudel
Non trovi anch’essa un angelo
Che la sollevi al ciel !

III

« M’odi, fratello mio ! pria di !asciarti
Un grande arcano vo’ confidarti:
Amo, e tremendo m’arde nel core
Questo mio amore.

« E l’uom che vive nel mio pensiero
A te, Giaello, non è straniero:
Nei dì che fùro lo vidi spesso
A te dappresso.

« Sopra la vasta fronte severa
Tutta gli splende l’anima altera:
E anch’esso, al pari di te, Giaello,
È forte, è bello.

« Sull’orizzonte del viver mio
Astro solingo lo pose Iddio,
Perché men fosca fosse la vita
Della tua Rita.

«Nel dì che ignota, codarda accusa
T’ha questa orrenda prigion dischiusa,
Egli in quell’ora triste e solenne
A me sen venne.

« Senti, mi disse, su te disceso
È d’un’immensa sventura il peso:
Sola nel mondo, povera mesta,
Che far ti resta?

«Vieni, mia Rita, vieni, amor mio,
Sarò tuo sposo dinanzi a Dio;
Con me divisa, ti fìa men dura
La tua sciagura. »

«E sì dicendo la man mi diede,
E inviolabil pegno di fede
Questo mi porse splendido anello …
Guarda, Giaello ! »

Al dubbio lume del carcer nero
Ritto sul cubito il prigioniero,
Sovra la gemma gittando un guardo,
Grida: -.- Riccardo !

Riccardo ! – e in suon d’orror la voce
Freme sul labbro di quel feroce,
E nell’ardente pupilla un truce
Lampo riluce.

Di quella gemma la turpe istoria
Ratta gli corse per la memoria;
Sovr’essa a note di sangue scritto
Lesse un delitto:

Ma tacque, e vinto l’urto dell’alma,
Sul fìer sembiante tornò la calma:
Indi alla cara suora rivolto,
Baciolla in volto.

– « Nel volger lungo della tua vita
Di me talvolta sovvienti, o Rita;
Io t’avrò sempre nel pensier mio …
Sorella, addio ! » –

Ed in quest’ultimo fraterno amplesso
Spirava il breve gaudio concesso;
Scorron le sbarre dietro il cancello …
Solo è Giaello.

Corse la notte, giunse il dimane;
E quando il negro tozzo di pane
All’ora usata recò la scolta,
« Guardiano, ascolta ! »

Tuonò la voce dell’omicida:
– « Dinanzi ai giudici tosto mi guida:
Cose tremende, sol note a Dio,
Svelar degg’io. »

Su per un ordine lungo di scale
Giunse al cospetto del tribunale,
E ciò che il labbro svelò del fiero,
Restò mistero.

IV

Ma dopo sei giorni lontana lontana
La grande campana – si sente echeggiar;
Del bruno torrione si schiude il cancello,
Di birri un drappello – comincia a sfilar;
E l’un dopo l’altro fra i ceppi sonanti
Fuor esce la torma dei cento briganti.

Un’onda di plebe fremente, commossa
S’incalza, s’ingrossa – per l’ampio sentier;
S’accalca sui tetti, s’affolla ai balconi. ..
Son cento i ladroni – dannati a cader
Correte, correte da tutte le bande,
Non torna due volte spettacol sì grande !

Son giunti allo spalto: d’un mobile strato
Di teste è selciato – l’infame terren:
Dovunque è silenzio, silenzio profondo;
E ritte sul fondo – d’un cielo seren
A neri contorni si van disegnando
Le travi giganti del palco nefando.

E là dell’orrendo patibolo al piede
In atto si vede – d’immenso dolor
Assisa una bianca fanciulla tremante,
Soffusa il sembiante – d’un freddo sudor;
È Rita, che al caro fratello perduto
D’un ultimo sguardo riserba il saluto.

Ma dei condannati la truce coorte
Al luogo di morte – s’appresta e ristà:
Già il boia è salito al palco eminente;
La scure lucente – nel pugno gli sta;
E al funebre invito dell’ultimo appello
Dal gruppo omicida s’avanza Giaello.

Con passo securo le ripide scale
Del palco fatale – l’altiero montò;
Poi volto alla suora, con gioia infinita,
– « T’ho salva, mia Rita » – dall’alto gridò;
E sui condannati vibrando lo sguardo,
Il pallido volto segnò di Riccardo !. .

                                                                                                                                                                     Arnaldo Fusinato

                                                                                                                                                                    ( da: Poesie serie )

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