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Fusinato : "A VENEZIA" - Cesareni LuigiCesareni Luigi

Fusinato : “A VENEZIA”

Un breve cenno storico

Il 17 Ottobre del 1797 con il trattato di Campoformio ( dizione Veneta di Campoformido in provincia di Udine ) Napoleone cedeva all’Austria la cittá di Venezia con tutti i territori istriani e dalmati cosí sancendo la fine dello stato Veneto che diventava una semplice  provincia austriaca. La spartizione lasciava sotto il dominio francese il territorio ad ovest dell’Adige che, annesso alla Lombardia Francese prese il nome di “Cisalpina”. Il giorno seguente le truppe Austriache entrarono in Venezia e il Doge Ludovico Manin, per il dispiacere il giorno stesso ne morí di crepacuore, ma  i veneziani da sempre ostili alla dominazione austriaca, negli anni a seguire aderirono alla fusione del Lombardo-Veneto col Piemonte nella politica del re Carlo Alberto di contrasto all’Austria. A guidare i Veneziani in questa azione politico-militare di resistenza all’Austria era Daniele Manin che fu imprigionato dagli Austriaci insieme a Niccoló Tommaseo nel Gennaio 1848 ma poi il 22 Marzo liberato dal popolo veneziano insorto, e cacciati gli Austriaci dalla cittá, fu nominato presidente del governo provvisorio della neonata “ Repubblica Veneta di San Marco decidendo quindi per la continuazione delle ostilità. Affidó al generale Leone Graziani la marina per la difesa di Venezia dal mare ed al generale Gian Battista Cavedalis e all’eroico generale napoletano Guglielmo Pepe la difesa da terra, fidando nell’appoggio delle armate piemontesi del re Carlo Alberto’, appoggio che venne meno sia per le contorte politiche di Cavour che considerava l’indipendenza veneta “ una corbelleria “ sia per l’abdicazione di Carlo Alberto. Nel frattempo gli austriaci completavano il blocco via mare imbottigliando i vascelli veneziani di Graziani entro le bocche di porto, e via terra con l’arrivo di trentamila uomini sotto il supercomando del generale Radetzky. Daniele Manin prevedendo un lungo assedio teso a far cadere Venezia per fame invió la sua flottiglia lungo le coste della laguna per raccogliere quante piú vettovaglie poteva. Ai primi di Maggio dl 1949 le artiglierie austriache iniziarono un devastante attacco contro Marghera difesa dagli artiglieri dei generali Ulloa e Cosenz e il 24 Maggio sferrarono l’attacco decisivo riducendola a un mucchio di rovine e di cadaveri quando il 27 entrarono nella cittá deserta. Agli austriaci, impossibilitati ad entrare in Venezia via mare perché la laguna era presidiata dalle potenti artiglierie dei suoi forti, non rimaneva che tentare la conquista della cittá lungo il ponte ferroviario da essi stessi costruito nel 1846 del quale peró i Veneziani avevano giá distrutto una ventina di arcate. Per tutto il mese di Giugno le artiglierie austriache martellarono la cittá senza avere risultati apprezzabili anche grazie all’eroico generale Cosenz ed al suo contrattacco. Nella notte tra il 28 e il 29 Luglio inzió sulla cittá una grandinata di proiettili che se pure al ritmo di mille a giorno, per 24 giorni non piegó i veneziani. A piegarli fu invece la fame (non avevano piú di che nutrirsi) ma piú ancora la grave epidemia di colera che accelerata dalla denutrizione in una settimana fece oltre cento vittime.  ( La testimonianza di Ippolito Nievo nel suo “ Confessioni di un Italiano “ non lascia dubbi ). Ad aggravare la situazione fu la posizione nettamente filo-austriaca del Patriarca di Venezia Jacopo Monico che, in essequio al voltafaccia del Vaticano e del Papa Pio IX premeva per una resa incondizionata. Manin temendo l’inizio di gravi disordini si presentó all’Assemblea illustrando la disastrosa situazione e, pur essendo dotato di potere assoluto, lasciò a questa ogni decisione. L’assemblea gli rinnovò i pieni poteri ed egli il 18 Agosto invió il generale Cavedalis accompagnato dai consoli di Francia e Inghilterra al quartier generale Austriaco per negoziare una pace che riconoscesse la libertá e l’indipendenza di Venezia. La risposta fu che Venezia doveva consegnare i forti, le navi, le armi ed arrendersi senza porre condizioni, ottenendo piena amnistia ai soldati ed agli ufficiali che avevano combattuto nel suo esercito e che potevano andarsene. Su un piroscafo francese, il 27 Agosto 1849, Daniele Manin, Guglielmo Pepe, Girolamo Ulloa, Niccoló Tommaseo, l’irridentista Giuseppe Sirtori (prete spretato e visceralmente antiaustriaco) ed altri ufficiali, meno Cavedalis che volle rimanere in cittá legato al suo destino, lasciarono Venezia per l’esilio. Radetzsky il giorno 30 Agosto 1849 fece il suo trionfale ingresso in Venezia accolto da una popolazione rattristata, silenziosa, segnata dalla sofferenza. Ad accoglierlo festosamente fu solo il Patriarca che celebrò il Te Deum  ringraziando Dio che aveva restituito Venezia al suo “ legittimo sovrano austriaco “, La testimonianza di un francese che aveva assistito alle celebrazioni, Blaze de Bury, racconta:Rattristato e silenzioso il popolo di Venezia assisteva allo spettacolo delle celebrazioni, e su quei volti smagriti dalle sofferenze di un lungo assedio, su quei tratti induriti e decomposti dalla febbre e dall’odio, si potevano leggere le stesse cose che avevano ispirato una violenta apostrofe scritta or non è molto sui muri di Pavia : – Vattene, Tedesco, perché l’uomo cui questa terra appartiene, ti odia dal profondo dell’anima. Ti odia oggi, ti odierà domani e sempre. Tu ridi e io piango, ma bada che le mie lacrime, bagnandoti, non ti avvelenino.-“ (1)

(1) citazione tratta da: L’Italia del Risorgimento, di Indro Montanelli

 

A  VENEZIA  : un breve commento

Arnaldo Fusinato, tenente dei “Cacciatori delle Alpi” a guardia dell’isola del Lazzaretto Vecchio,  dal balcone della casermetta dove era di guarnigione, il 19 Agosto 1849, angosciato per la sorte di Venezia che infatti cadrá tre giorni dopo, compone questa commovente lirica dalla quale traspare tutto il suo sconforto per questa eroica cittá-martire, patria di tutto il popolo veneto da 1400 anni. In un  rannuvolato tramonto gli giunge, attutito, il lontano rumore della battaglia, sibilato gemito della laguna ferita. Da un gondoliere di passaggio apprende l’aggravarsi del colera e della fame che attanagliano una popolazione stremata ma che ancora resiste, e di una bandiera bianca issata sul ponte della ferrovia. Nella tragedia che lo opprime si augura che il sole mai piú splenda sull’Italia in un eternarsi del funereo gemito della laguna. Onore a Venezia vinta dal morbo e dalla fame e non certo dai mille cannoni che vomitano fuoco troncando la speranza di liberi giorni in una libera patria. Vergogna e infamia ricadano su chi vuole Venezia morta di fame, ma che ancora si dibatte nel suo antico valore, non mai debellata ma  fatta rivivere e rafforzata dall’ira nemica.  La coscienza della realtà lo distoglie dall’ira e dallo sgomento, nel proposito di mai piú dischiudere la sua poesia al vento di libertá che fin’ora l’ha accarezzata ed ispirata, ed a Venezia egli dedica questo ultimo canto, un ultimo bacio, un’ultima lacrima.  Presagisce il suo futuro di esule in terra straniera, con il pensiero e con l’amore sempre rivolti alla sua cittá, e qui la lirica si addolcisce nella malinconia di oniriche immagini. Poi la realtà riappare tra il sibilare del vento, ormai tramontato il sole, sull’oscura onda del mare. La commozione lo vince e la voce gli manca…” sul ponte sventola bandiera bianca “.

A  VENEZIA

È fosco l’aere,
Il cielo è muto,
Ed io sul tacito
Veron seduto,
In solitaria
Malinconia
Ti guardo e lagrimo,
Venezia mia !

Fra i rotti nugoli
Dell’occidente
Il raggio perdesi
Del sol morente,
E mesto sibila
Per l’aria bruna
L’ultimo gemito
Della laguna.

Passa una gondola
Della cittá. –
“ – Ehi, dalla gondola,
Qual novità ? – “
“ – Il morbo infuria
Il pan ci manca,
Sul ponte sventola
Bandiera bianca ! – “

No, no, non splendere
Su tanti guai,
Sole d’Italia,
Non splender mai;
E sulla veneta
Spenta fortuna
Si eterni il gemito
della laguna.

Venezia ! l’ultima
Ora è venuta ;
Illustre martire,
Tu sei perduta…
Il morbo infuria,
Il pan ti manca,
Sul ponte sventola
Bandiera bianca !

Ma non le ignivome
palle roventi,
Né i mille fulmini
su te stridenti,
Troncâro ai liberi
Tuoi dì lo stame…
Viva Venezia !
Muore di fame !

Sulle tue pagine
Scolpisci, o Storia,
L’altrui nequizie
E la tua gloria,
E grida ai posteri
Tre volte infame
Chi vuol Venezia
Morta di fame !

Viva Venezia !
L’ira nemica
La sua risuscita
Virtude antica ;
Ma il morbo infuria,
Il pan le manca…
Sul ponte sventola
Bandiera bianca !

Ed ora infrangasi
Qui sulla pietra,
Finché è ancor libera,
Questa mia cetra.
A te, Venezia,
L’ultimo canto,
L’ultimo bacio,
L’ultimo pianto !

Ramingo ed esule
In suol straniero
Vivrai, Venezia,
Nel mio pensiero ;
Vivrai nel tempio
Qui del mio cuore,
Come l’imagine
Del primo amore.

Ma il vento sibila,
Ma l’onda è scura
Ma tutta in tenebre
È la natura:
Le corde stridono,
La voce manca…
Sul ponte sventola
Bandiera bianca !

Arnaldo Fusinato
19 Agosto 1849
( da Poesie patriottiche )

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