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Fusinato: "LA PROFUGA LOMBARDA" - Cesareni LuigiCesareni Luigi

Fusinato: “LA PROFUGA LOMBARDA”

Il Poeta, in questa poesia descrive lo struggimento e l’affanno di una giovane donna costretta a fuggire dopo la sconfitta degli insorti italiani del Lombardo-Veneto, abbandonando cose e ricordi. Il suo pensiero di esule si rivolge alla Svizzera, libera terra immersa in una natura solenne e dolcissima che potrebbe fermare ed accogliere il suo esilio. Ma l’immagine della lombarda terra natía con le verdi e fiorite colline, la sensazione della brezza lacustre che le accarezza il volto come in un bacio d’addio, spingono altrove la sua ricerca e la sua speranza. Forse Genova con le sue ampie marmoree piazze, affacciata su un mare che all’orizzonte si confonde al cielo, accarezzata dalla brezza di ponente, le potrebbe dare asilo, ma la memoria delle montagne svizzere avvolte nel fascino di nevi eterne, delle voci e dei suoni dei pastori che le ravvivano, portate dal vento, l’immagine e la nostalgia delle montagne lombarde, la inducono a volgere altrove i suoi passi perché troppo è l’accoramento che la pervade. A Firenze, immersa nelle verdi colline, nei profumi delle sue foreste, orgogliosa patria di Dante, lí solo si puó fermare il suo cammino d’esule : ma anche lí la voce di guerra del protervo invasore, l’immagine dell’odiata nemica bandiera la inducono a cercare pace in altra terra italiana. In Roma, in Roma l’eterna potrá ritrovare la patria perduta, in Roma perché patria del sogno di libertá di Bruto, perché retaggio di glorie immortali. La sua speranza s’infrange: non ha fine il suo errare di terra in terra. L’invasore quivi contende la libertà e la vita, insulta ed offende la memoria dei vati, ammorba l’aria di sangue e di morti. Chiede alla madre di condurla altrove e ormai consapevole di non poter piú trovare, in Italia, la serenitá della patria perduta, decide il ritorno alla terra natía : se ovunque c’è sofferenza, che almeno questa si compia nella terra lombarda dei padri, ove potrá essere lenita nel grembo delle sue tradizioni e della sua storia.

LA PROFUGA LOMBARDA
(Reminiscenze del 1848)

La patria è caduta: – nel sangue dei forti
Si è spenta la stella dell’itale sorti !
O madre, dal nembo di tanta tempesta
Sottraggi la mesta – che langue così…
Corriamo tra i monti, voliamo sul mare,
Fuggiamo le care – memorie d’un dì.

O terra d’Elvezia, sei grande e solenne
Nel bianco tuo manto di neve perenne !
Sei grande nell’irta tua cerchia di monti,
Nei rosei tramonti – d’un libero sol.
Oh in grembo di questa natura gigante
Vorria quest’errante – fermare il suo vol !

Ma sento la brezza del lago natio
Che un bacio mi manda d’un ultimo addio;
Ma veggo le cime dei colli lombardi
Che sotto i miei sguardi – s’ingemman di fior…
Oh! vieni, mia madre, conducimi altrove;
Qui troppa mi piove – mestizia nel cor !

Sei bella, o superba dei Doria cittade,
Sei bella nell’ampie di marmo contrade !
Del vasto tuo mare nell’onde t’ammiro,
Mi piace il zeffiro – del caldo tuo ciel;
Ma più del tuo cielo, ma più del tuo mare
Tornavanmi care – quell’alpi, quel gel !

Almen fra que’ monti talor mi venia
– Un qualche profumo dell’aura natia;
Talor mi giungeva sull’ali del vento
Il dolce concento dei nostri pastor …
Oh! vieni, mia madre, conducimi altrove;
Qui troppa mi piove mestizia nel cor !

Salute, o gentile dell’Arno, ch’estolli
La fronte ricinta de’ cento tuoi colli !
Col fervido volo dell’ape amorosa,
Che in grembo alla rosa – va l’ali a serrar,
Nel tuo di verzura bacino olezzante,
O patria di Dante, – discendo a posar.

Ma sento di trombe guerriere uno squillo,
Ma veggo da lunge l’estranio vessillo !
Un turbin d’armati s’avanza, s’avanza…
Non ha più fragranza – la terra dei fior
Oh! vieni, mia madre, conducimi altrove;
Qui troppa mi piove – mestizia nel cor !

Corriamo, corriamo! s’inalzano alfine
Com’ombre lontane le sette colline:
Corriamo, corriamo! la patria perduta
Quest’esul saluta – nell’alma Città !
Vivrò nelle glorie dei giorni caduti;
La patria dei Bruti – mia patria sarà.

Ma il cielo s’imbruna, ma s’alza repente
Un nugolo scuro dal fosco occidente;
Son piene le fosse di sangue e di morti …
La terra dei forti – è in ira al Signor !
Oh! vieni, mia madre, conducimi altrove;
Qui troppa mi piove – mestizia nel cor !

Ahimè! dell’Italia nel triste orizzonte
Non trova un guanciale la stanca mia fronte.
Torniamo alla terra che vidi fanciulla,
Torniamo alla culla – del primo soffrir !
Se un duolo perenne ci serba l’Eterno,
Nel suolo paterno – men duro è il patir !

                                                                                                                Arnaldo Fusinato
                                                                                                                (da poesie serie)

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