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Fusinato : "IL POPOLO A CARLO ALBERTO" - Cesareni LuigiCesareni Luigi

Fusinato : “IL POPOLO A CARLO ALBERTO”

In questa poesia, declamata dal Fusinato nell’arena dell’Acquassola di Genova, il poeta impersonifica le due diversi fazioni popolari, l’una avversa all’altra, di quel tempo sui programmi politici e militari del re Carlo Alberto. L’invocazione che sale alle sale reali esortandolo a sdegnare le servili lusinghe di cortigiani e dignitari, lo vede dubbioso e critico sulle motivazioni del dissenso popolare, gli chiede qual sia la ragione per la quale il comando superiore dell’esercito ancora rifiuti i servizi offerti da Garibaldi, preziosi ed onorati nella guerra in Sud America; gli chiede perché il Governo Piemontese, promulgata a Firenze la Costituzione, stia preparando una spedizione militare in Toscana per sostenere il Granduca Ferdinando III, rischiando cosí un guerra fratricida: i flagelli d’Italia non vengono dal mare, ma, con l’invasore austriaco, dalle Alpi; gli chiede perché abbia seguito i consigli delle fronde fortemente clericali presenti nel governo (la repressione dei moti insurrezionali del 1833 e 1834 organizzati da Giuseppe Mazzini costrinse alla fuga ed all’esilio molti patrioti antiaustriaci, tra i quali lo stesso Mazzini e Giuseppe Garibaldi ) che, come il Monsignor Luigi Fransoni ed il Papa Pio IX nel 1847-1848, tennero una posizione ambigua e fariseica tipica della scuola gesuitica del fondatore Ignazio di Lojola. Ancora facendosi interprete degli interrogativi popolari, Fusinato chiede a Carlo Alberto di svelare, una volta per tutte i retroscena dei comandi militari responsabili della sconfitta di Custoza ed in particolare i fatti e le responsabilitá che, dal 25 al 27 Luglio 1948 a Volta Mantovana, portarono al ripiegamento dell’esercito piemontese. Il popolo, dice Fusinato, memore della caduta di Milano e della resa al gen. Radetzky il 5-6 Agosto, è incerto se accordargli ancora fiducia: due macchie sanguinose deturpano la livrea del re: Il mancato aiuto a Venezia e l’abbandono di Milano agli austriaci. Forte e solenne è l’esortazione a proseguire la guerra per l’indipendenza dall’Austria perché tutto il popolo italiano lo seguirá unito ed unanime sui campi lombardi, ove attendono le anime degli eroi caduti, dove la vittoria finale lo incoronerà con l’alloro della storia e la bella del mare, Venezia, gli concederà il perdono.

 
IL POPOLO A CARLO ALBERTO

Alberto, discendi dal soglio regale,
Ché il grido del popol tant’alto non sale;
T’invola agl’incensi d’un stuolo codardo .
Che bacia il tuo scettro, che lambe il tuo piè.
Con fronte severa, con libero sguardo
Il popolo s’alza e parla al suo Re.

Alberto, rispondi! – Ti passa davanti
Immensa una turba di poveri erranti;
Ed essi che un giorno festosi, ridenti,
Spargeano i tuoi passi di canti e di fior,
Perché ti sogguardan pensosi, silenti,
Col ghigno sul labbro, coll’ira nel cor?

Perché sotto l’ali del patrio stendardo
Non brilla la spada del prode Nizzardo?
Quel brando che invitto pei liberi campi
Di Montevidèo tanti anni splendè,
Ha dunque in Italia perduti i suoi lampi
Perché non pugnava pei troni, pei Re?

E là quella selva di lancie e di spade
Perch’ora minaccia le Tosche contrade?
È forse sul petto dei loro fratelli
Che i forti del Mincio vorranno passar?
Tornate, tornate! – d’Italia i flagelli
Discendon dall’ Alpi, non vengon dal mar!

Alberto, rispondi! – L’insano consiglio
Che attosca per tanti il pan dell’esiglio,
Che copre di scudo la volpe toscana,
Partia dal tuo labbro o venne da lor,
Che pari alla bruna fischiata sottana
Han l’anima negra, han sordido il cor?

Ah! tronca una volta l’astuta parola
Ai sozzi bastardi del Padre Lojola:
Oh! troppo finora di rancide fole
Avvolsero, o Prence, la facil tua fé;
Il popol ti guarda, e il popol non vuole
La stola d’Ignazio sul petto dei Re.

Al popolo svela, al popol sovrano,
De’ giorni che furo l’orribile arcano;
La tenda distesa sui campi di Volta
Del popolo al guardo sollevisi alfin;
Ch’ei sappia, per Cristo, ch’ei sappia una volta,
Se martire fosti’ o fosti assassin.

Finché non baleni la luce del vero,
Agli occhi del mondo se’ ancora un mistero:
Chi accenna fremendo Milano caduta,
Chi addita il destriero trafitto al tuo piè;
E come una vela dal vento battuta,
Il popolo ondeggia tra il dubbio e la fé.

Ti chiaman tradito, – ma sorge il passato,
Che muto fantasma s’asside al tuo lato;
Un lembo solleva del manto regale
E sotto le gemme, che a noi le celàr,
Agli avidi sguardi col dito fatale
Due macchie di sangue lo vedi accennar!

O Alberto, alla fronte ricingi il cimiero;
Va, slancia quel manto sul campo guerriero,
E quando le macchie saranno lavate
Nel sangue esecrato de’nostri oppressor,
Ai popoli grida. guardate! guardate!
È tinto il mio manto d’un solo color –

Oh! guai se t’arresti, -.la man del destino
Ti spinge, t’incalza nell’arduo cammino:
Un giuro solenne dal labbro t’è uscito …
Oh, guai se bugiardo quel giuro sarà!
Non vedi? la spada del popol tradito
A un filo sospesa sul capo ti sta.

Cammina, cammina! nell’ora solenne
All’ire discordi cadranno le penne:
Un’onda infinita di popol fremente
Sui franchi tuoi passi concorde verrà;
Sarai quella falda di neve cadente
Che giù per la china valanga si fa.

Cammina, cammina! – sui campi lombardi
Ti aspettano l’ombre de’ nostri gagliardi!
L’Italia redenta dal giogo aborrito
Verrà sul tuo capo l’alloro a posar,
E forse allo sposo che riede pentito
Dirà: ti perdono – la Bella del mar.

Cammina, cammina! – d’innanzi la gloria,
Il facil trionfo, la certa vittoria
Di dietro l’infamia col marchio infocato
Che il tempo né Iddio potran cancellar.
Alberto, decidi – il dado è gettato …
Il trono o la polve, l’avello o l’altar!

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                                                                                              Arnaldo Fusinato
                                                                                        Genova – Settembre1848
                                                                                          (da Poesie patriottiche)

 

 

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