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EUTANASIA - Cesareni LuigiCesareni Luigi

EUTANASIA

Mi ero proposto di nulla scrivere su questo delicatissimo argomento ma ora non posso piú oltre disattendere le sollecitazioni che mi pervengono da alcuni miei lettori, quindi, scevro da ogni suggestione politico-partitica ma fedele alla dianoetica piú strettamente correlata ai principii metafisici ed ontologici che, a mio avviso, l’argomento sottintende proverò ad esporre il mio pensiero attenendomi i piú possibile alla razionalità filosofica e laica.

Sono oltremodo sconcertato non solo dalle ingiustificabili lungaggini dell’iter parlamentare per l’approvazione della legge su Eutanasia e DAT ( Disposizioni Anticipate di Trattamento ) ma sopra tutto dallo svilimento conseguente alla materializzazione che si manifesta nel ridurre  tutto ad una mera diatriba politica, quindi disconoscendo spiritualità, cenestèsi e soggettivitá nel libero arbitrio. Il voler umiliare e condizionare  ad atto politico la scelta del singolo soggetto umano sulle modalità del suo proprio fine-vita irreggimentandolo in normative illibertarie che non possono e non devono codificare l’intendimento del singolo assoggettandolo ad una genericitá disindividuante, manifesta una volontà dispotica e prevaricatrice, sia essa di matrice filosofica positivista o di ortodossia religiosa. Se il postulato della sacralità della persona umana ne sancisce la vita nella sua unicità e nella sua inviolabilitá ne deve anche sancire la morte ad essa connaturata e correlata nella soggettivitá del diritto inviolabile di scelta, patrimonio inalienabile di ogni essere libero.

Il disquisire sul fine vita altrui, scippando il diretto interessato dell’assoluto diritto di come e quando morire, ancor prima d’apparire arrogante sopraffazione, denuncia il cinismo ed il sadismo insito nella strumentalizzazione dell’evento ai fini politici e/o fideistici spostando l’accento dalla sfera strettamente personale ed unicistica del singolo a quella fuorviante della collettività. Ogni morte sperata e ricercata nell’intento di porre fine ad un esistere troppo gravoso è un fatto unico, non cumulabile nella generica visione di mille altri, come unica, particolare e soggettiva è la psiche del singolo che si estrinseca negli esiti della  di lui sofferenza e che non è cumulabile con la psiche ( e sue determinazioni ) di mille altri soggetti. Il legiferare attiene e riguarda la collettivitá nell’interagire sociale dei singoli e non puó  né deve proporsi a condizionamento del singolo nella scelta del suo proprio atto supremo che non tocca e non lede i diritti altrui. A colui che consapevolmente implora aiuto per porre fine alle proprie sofferenze fisiche e psichiche in un fine vita pulito e dignitoso è disumano porre un diniego, è crudele e sadico assistere inerti a quel groviglio di vita corrosa attendendone, impietosi, la fine umiliata. I credenti  si rimettono al volere di Dio, al suo nebuloso volere assoggettandosi  all’assunto di morale e di pietá che ostentano, ma con questo denunciano l’acrasìa nell’inerzia. Altri, in una visione piú laica, concreta e coerente con i sentimenti di pietá e rispetto verso quella sofferenza e quella volontà, pur affranti, decretano l’eutanasia.

Si vuole l’eutanasia per un animale che soffre ma la si ostacola o la si nega ad un umano opponendo le piú pretestuose argomentazioni, sia per un presunto fondamento etico e morale, sia per un presunto volere divino: ecco allora attuarsi, fuorviante, il contenzioso politico involgarente  la sacralità della morte e la dignità del morente nello svilimento della componente metafisica dell’evento. Con improponibili sofismi taluno strumentalizza persino la negativitá della “neolingua”,  figlia deforme del politicamente corretto”,  sostenendo che con la definizione “buona morte”  si trasmette un’accezione positiva (l’aggettivo “buona” ) in una cosa che é assolutamente negativa. Ipotizzano financo, prospettando la degenerazione dell’evento eutanasico, che l’eutanasia “istituzionalizzata” sia voluta per ragioni di economia sociale (il protrarsi della vita di un malato pesa sul bilancio) e che quindi i meno abbienti finiranno per essere vittime di questa decisione. Ipotizzano e denunciano un presunto tentativo dell’uomo di impossessarsi dell’ultimo stadio della vita, ossia la morte, sostituendosi a Dio nel dare e togliere la vita, creando paradossali parallelismi tra aborto ed eutanasia. I sofismi proseguono innumerevoli in una ricercata distorsione dell’ evento e prodromici allo sconfinamento politico-partitico. Solo la psicologia e la medicina hanno, a mio avviso, in una luce strettamente scientifica e tecnica, avulse da influssi politici e religiosi, la facoltà ed il diritto di  agire; alla politica spetta solo dare l’assenso giuridico per un’eutanasia che non puó mai essere negata ma sempre accompagnata dallo psicologo e dal medico con l’invito a desistere riaffacciandosi alla vita. In definitiva, quello che appare del tutto carente è il rispetto dell’uomo, del suo volere, della sia dignità.                                              

Tuttavia non si puó prescindere  dalla certezza assoluta della volontà e della determinazione di una vita martoriata,  per una scelta che non ha ritorno. Ne deve far testo una inoppugnabile ed inequivocabile DAT redatta anni prima avanti un notaio o altra autorità istituzionale da quell’essere  ancora integro e sano e periodicamente riconfermata affinché sia esclusa la subdola influenza  di terzi e certificante la valenza giuridica di possibili ripensamenti.

Neppure si puó ignorare che al di fuori dalle sofferenze fisiche e psicologiche che inducono il singolo a reclamare l’eutanasia ci sia un’altra umanità, meno apparente ma non per questo meno affranta e dolente e distrutta nell’anima che ravvisa nella morte l’unica pace possibile. È l’estremo gesto di repulsione affidato a un’arma, a una corda, a un salto nel vuoto. È anche l’estremo atto di condanna avverso un’umanitá cinica e distratta che non sapendo o volendo cogliere il grido d’aiuto per una morte dignitosa e pulita, attonita e trasognata osserva il corpo sfatto e l’animo devastato di un suicidio cruento. Chi puó escludere che un potenziale suicida, conscio della possibilità di accedere all’eutanasia legalizzata a questa si affidi per una morte dignitosa e pulita? Chi puó escludere che il supporto psicologico offerto nell’evento eutanasico non si risolva nel riaccostarsi alla vita?

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