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Carducci: "FESTE ED OBLII" - Cesareni LuigiCesareni Luigi

Carducci: “FESTE ED OBLII”

In questa intensa poesia il Poeta rassegna tutta la sua tristezza ed il suo sdegno per l’oblio dei sacrifici e del sangue versato per l’unificazione dell’Italia nella sua epopea risorgimentale.

Egli assiste ad una festa romana di ricorrenza nella quale, tra musiche di bande militari ridondanti di trombe e tamburi, dovizia di omaggi floreali, scomposte chiassate e applausi di spose e di giovani donne dagli sguardi vogliosi, sfilano reparti militari di fanti e di lancieri a cavallo nelle sfolgoranti divise da parata, in onta ai severi silenzi del sacro Aventino che impone raccoglimento nella memoria.  Lo addolora la scomposta esultanza dei festanti, immemori dell’eroe  (Garibaldi) che in Caprera ha eletto la sua modesta dimora ma a lui  rivolge commosso il suo pensiero e la sua poesia,  severa e sdegnata per quell’orgia anche dimentica dei morti di Mentana ai quali chiede perdono.  Raffronta i fremiti d’ardore fasullo creati nei festanti dal vino e dai ritmi marziali, con i pochi fiori disseccati su una tomba disertata, mentre la sposa vedova dell’eroe di Mentana ivi sepolto si concede languida sotto il raggio della luna.  Di quella stessa luna che, altrove, penetra irrispettosa in una povera stanza ove, in quel bel giorno di festa,  alla madre di un eroe morto è negato il sonno per l’angosciante indigenza che le impone di elemosinare il pane per le strade, nell’incerto domani.

FESTE  ED  OBLII

Urlate, saltate, menate gazzarra,
Rompete la sbarra – del muto dover;
Da ville e da borghi, da valli e pendici,
Plaudete a i felici – di oggi e di ier.

Su, vergini e spose, bramose, baccanti,
Spogliate l’Italia di lauri e di fior,
Coprite di serti, di sguardi fiammanti
Le glorie in parata dei vostri signor.

Deh, come cavalca su gli omeri fieri
De’ bandi lancieri – la vostra virtù !
O sole di luglio, tra i marmi latini
Agli aurei spallini – lusinghi anche tu.

E mobili flutti di fanti e cavalli
Risuonan pe ‘l clivo su ‘l foro latin,
E il canto superbo di trombe e timballi
Insulta i silenzi del sacro Aventin.

Ahi sola de’ voti d’un di la severa
Mia musa, o Caprera, – riparla con te,
E, sola e sdegnosa, de l’orgia romana,
Deserta Mentana, – ti chiede mercé.

Là il vino, la luce, la nota che freme,
Ne i nervi, nel sangue risveglian l’ardor:
Qui trema a la luna con l’aura che geme
lo stelo riarso d’un povero fior.

E altrove la luna del raggio suo puro
Illumina i giuro – rianima il sì,
Che mormora a un altro languente vezzosa
La vedova sposa – del morto ch’è qui,

O empie insolente la camera mesta
Svegliando a le cure del dubbio diman
La madre che in questo bel giorno di festa
In vano pe’  trivi chiedeva del pan.

Giosuè Carducci
Da Giambi ed Epodi
 2 Luglio  1871

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